“Noi non avevamo i dialoghi. A noi bastavano le facce”
Tutti i lunedì di Giugno appuntamento con quattro cult-movie del cinema moderno accomunati dalla pressoché totale assenza di dialoghi: L’ULTIMA FOLLIA DI MEL BROOKS, KOYAANISQATSI, JUHA e GOODBYE, DRAGON INN.
ingresso: 4 euro tessera associativa Mabuse Cineclub 2012: 5 euro
abbonamento rassegna: 12 euro
lunedì 4 giugno
L’ULTIMA FOLLIA DI MEL BROOKS di Mel Brooks (USA, 1976 – 86’) Mel Spass, regista rovinato dall’alcol, prova a risollevarsi proponendo al direttore di uno studio cinematografico quella che lui crede essere una brillante idea: realizzare un film muto! Incredibile ma vero, l’idea funzionerà, ma solo dopo un fuoco di sbarramento di gag mute e comiche avventure. Il Silent Movie (questo il titolo originale) di Mel Brooks è un viaggio nostalgico ed esilarante lungo il viale del tramonto del cinema moderno. Ne esce fuori uno dei più commoventi omaggi alla storia della slapstick comedy dei Mack Sennett, dei Three Stooges (evocati direttamente dai tre protagonisti), dei fratelli Marx…
Un omaggio critico che accomuna lo sguardo nostalgico verso il passato ad una fortissima reticenza nei confronti del cinema moderno. Unica parola del film è il “No!” pronunciato dal mimo Marcel Marceau.
lunedì 11 giugno
KOYAANISQATSI di Godfrey Reggio (USA, 1983 – 83’) Quando gli Hopi – una antichissima tribù di pellerossa dell’Arizona – pronunciano in un contesto di profezie la parola “Koyaanisqatsi” (“la vita senza equilibrio”), intendono riferirsi agli squilibri e alle follie di una vita in via di degradazione, per la quale è necessario un nuovo stile. Ispirandosi a tale concetto, Godfrey Reggio mira a raffrontare la maestà della natura, là dove essa è ancora incontaminata, con le precarie e spesso assurde realizzazioni dell’umanità di oggi, disancorata dai valori più essenziali, lanciata in una corsa demenziale verso il consumismo, l’automazione, le conquiste tecnologiche e, forse, la propria stessa fine. Un film precursore dei tempi (ha richiesto 6 anni di lavorazione) grazie al massiccio uso di nuove tecniche di ripresa e di montaggio, abbondantemente copiate negli anni successivi.
Philip Glass è l’autore della popolare colonna sonora, determinante nel rafforzare la validità e i risultati del lavoro.
lunedì 18 giugno
JUHA di Aki Kaurismäki (FIN/GER/FRA, 1999 – 77’) Con la parola i film hanno perduto la purezza delle origini: un bla bla che pretende di spiegare tutto ha sostituito l’innocenza delle immagini, essenza del cinema. Dovendo giustificare l’assenza di dialoghi in “Juha” ho tirato in ballo l’innocenza perduta del muto. Il fatto è che io adoro mentire. (Aki Kaurismäki) Ci troviamo nella periferia rurale di un qualsiasi villaggio sperduto ai confini del mondo. Juha è un meccanico di mezza età, pigro e un po’ svogliato, Marja la sua compagna. Un giorno all’officina arriva un ricco ed affascinante straniero che, notata la bellezza di Marja, le propone di andare in città con lui. Marja accetterà di scappare, ma Juha cercherà di riportarla a casa.
Pur eliminando la voce dei dialoghi, Kaurismäki non rinuncia né al commento musicale né tantomeno ai suoni d’ambiente, che fanno capolino qua e là solo nei momenti in cui gli oggetti assumono importanza nella storia. Non un film muto quindi, ma un film che usa il sonoro in modo intelligente ed espressivo, riportando l’attenzione su un vettore emotivo che spesso viene subordinato all’immagine.
di Tsai Ming-Liang (RDC, 2003 – 82’) Un giovane giapponese, in cerca di compagnia maschile, si reca in un cinema semivuoto e prossimo alla chiusura: sullo schermo un film di successo di 36 anni prima intitolato Dragon Inn. Entrando in sala, il giovane si imbatte anche in due spettatori che hanno le sembianze dei personaggi sullo schermo. Uno di loro, mentre guarda il film, piange. Sono persone reali o spiriti che non vogliono andarsene?
Goodbye Dragon Inn è un omaggio al cinema e, prima ancora, ai luoghi dove il cinema si consuma e si condivide. L’eleganza formale della camera fissa o appena mobile è complementare ad una fotografia tetra che immortala antri oscuri e umidi, corridoi lunghissimi e sporchi, cunicoli dalla conformazione labirintica che frammentano lo spazio diegetico in un labirinto in cui è impossibile orientarsi. Quanto sia in grado di esprimere Tsai senza ricorrere a dialoghi è proprietà sua esclusiva, talento innato di un autore unico, qui in forma smagliante.
